Selma: Ho rincorso il nostro ombrellone in mare tutta vestita, ma togliermi i vestiti fradici su una spiaggia naturista ha fatto dimenticare a mio marito che eravamo rimasti senza ombra.
«Dovresti tenere il palo, Tom.» Ero nuda e affondavo i piedi nella sabbia per fissare il nostro ombrellone, mentre mio marito non teneva assolutamente niente. Lui sbatté le palpebre e allungò una mano per afferrarlo. Dieci minuti prima eravamo la coppia decisamente troppo vestita ai margini di una spiaggia naturista. Ora i miei vestiti gocciolavano accanto ai nostri teli e, a quanto pareva, ero diventata una distrazione più grande di un ombrellone in fuga.
«Scusa», disse. «Questo pomeriggio ha preso una piega inaspettata.» Lasciai il palo e non seppi più cosa fare delle mani. Incrociare le braccia mi sembrava un gesto troppo vistoso; tenerle lungo i fianchi era ancora peggio. «Hai freddo?» mi chiese. «No. Sei tu che mi metti in agitazione.» La risposta sorprese entrambi. Eravamo sposati da anni. Di solito, quando mi vedeva spogliare, mi chiedeva se avessi bisogno di usare il bagno prima di lui.
Lanciò un’occhiata ai pantaloncini che avevo abbandonato. «Non sei obbligata a restare così.» «E tu non sei obbligato a controllare di continuo se lo sono ancora.» Gli si accennò un sorriso e io arrossii. Intorno a noi, gli altri adulti continuavano a leggere e a tirar fuori il pranzo. A nessuno importava che mi fossi tolta tutto. Mio marito, invece, sembrava aver dimenticato come si passasse un pomeriggio al mare. Cominciava a piacermi esserne la causa.
Non eravamo partiti alla ricerca di una caletta naturista. L’avevamo trovata dopo una passeggiata lungo la costa della Corsica e avevamo deciso di fermarci, tenendoci addosso i vestiti da escursione. Piantai l’ombrellone, annunciai di essere bravissima nelle cose pratiche e mi sedetti. Un istante dopo, si sollevò dalla sabbia e rotolò nell’acqua bassa. Lo rincorsi senza pensarci. Tom gridò qualcosa di utile come «L’ombrellone!», mentre io gli correvo dietro sollevando spruzzi, afferravo il palo e tornavo indietro con il telo rovesciato intorno a me, come un enorme fiore venuto male.
Qualcuno spostò una borsa dalla traiettoria del telo gocciolante. Fu tutta lì la reazione del pubblico. I miei pantaloncini, intanto, avevano il peso e il fascino di un sacco di sabbia bagnato. Mi sfilai la maglietta, poi mi fermai con le dita infilate nella cintura dei pantaloncini. «Possiamo anche andarcene», propose Tom. Guardai il ripido sentiero che avremmo dovuto risalire. «Con questi addosso? Arriverei senza più un lembo di pelle.» Per togliermeli dovetti saltellare su un piede e tenermi in equilibrio con una mano sulla sua spalla. Liberata dall’ultimo pezzo di stoffa bagnata, rimasi immobile, sorpresa dalla brezza, poi scoppiai a ridere guardando i vestiti perfettamente asciutti che lui aveva addosso.
Ed eccoci al palo e all’attenzione incostante di mio marito. Questa volta interrammo bene la base, pressando la sabbia con i piedi. Quando alzai le braccia per sistemare il telo, Tom si avvicinò e lo tenne fermo. Eravamo l’uno di fronte all’altra sotto l’ombra inclinata, la sua mano accanto alla mia. «Meglio?» chiese. Mi ricordai che parlava dell’ombrellone. «Molto.» Sorrise come se avesse colto la mia esitazione. Abbassai le braccia senza coprirmi e mettemmo alla prova il nostro lavoro con una bella scrollata.
Mi sedetti sul telo, all’inizio tutta impettita, come se una buona postura potesse sostituire i vestiti. Tom mi passò la nostra bottiglia d’acqua. «Per la cronaca, non ti stavo suggerendo di rivestirti.» «Dalla tua faccia non si capiva bene.» «Ero sorpreso.» «Da tua moglie nuda?» Rise. «Dal fatto che avessi deciso di restare. Sembravi soddisfatta di te.» In effetti lo ero. Anche con la sabbia attaccata a un piede e i capelli che, asciugandosi, stavano prendendo una forma infelice, mi faceva piacere che se ne fosse accorto. Mi appoggiai all’indietro, lasciando che il sole scaldasse i punti che i vestiti bagnati mi avevano raffreddato.
Dopo pranzo proposi un altro bagno. Lui guardò i propri pantaloncini. «Hai dimostrato in modo piuttosto convincente che è meglio non entrare in acqua con questi addosso.» Lo lasciai alle sue riflessioni e mi avviai verso il mare, consapevole dei suoi occhi sulla mia schiena e senza più alcuna voglia di affrettarmi. Quando mi voltai, si stava spogliando con la solenne concentrazione di chi maneggia un’attrezzatura complicata. Lo aspettai nell’acqua bassa e gli porsi la mano. «Hai freddo?» gli chiesi, vedendolo esitare. «Forse sono un po’ agitato.» Gli strinsi le dita. «A quanto pare succede.» Entrammo in acqua insieme, ridendo quando ci raggiunse la prima onda.
Quando cominciammo a raccogliere le nostre cose, i miei vestiti erano asciutti. Tom prese i miei pantaloncini dalla stecca dell’ombrellone e me li porse. «Pronta?» Guardai l’acqua tranquilla. «Prima un ultimo bagno?» Lui li rimise al loro posto, poi si avvicinò e mi diede un bacio breve, senza l’espressione distratta di prima. «Controllo l’ombrellone», disse. «Bravo. Sappiamo cosa succede se devo andare a recuperarlo io.»
«Scusa», disse. «Questo pomeriggio ha preso una piega inaspettata.» Lasciai il palo e non seppi più cosa fare delle mani. Incrociare le braccia mi sembrava un gesto troppo vistoso; tenerle lungo i fianchi era ancora peggio. «Hai freddo?» mi chiese. «No. Sei tu che mi metti in agitazione.» La risposta sorprese entrambi. Eravamo sposati da anni. Di solito, quando mi vedeva spogliare, mi chiedeva se avessi bisogno di usare il bagno prima di lui.
Lanciò un’occhiata ai pantaloncini che avevo abbandonato. «Non sei obbligata a restare così.» «E tu non sei obbligato a controllare di continuo se lo sono ancora.» Gli si accennò un sorriso e io arrossii. Intorno a noi, gli altri adulti continuavano a leggere e a tirar fuori il pranzo. A nessuno importava che mi fossi tolta tutto. Mio marito, invece, sembrava aver dimenticato come si passasse un pomeriggio al mare. Cominciava a piacermi esserne la causa.
Non eravamo partiti alla ricerca di una caletta naturista. L’avevamo trovata dopo una passeggiata lungo la costa della Corsica e avevamo deciso di fermarci, tenendoci addosso i vestiti da escursione. Piantai l’ombrellone, annunciai di essere bravissima nelle cose pratiche e mi sedetti. Un istante dopo, si sollevò dalla sabbia e rotolò nell’acqua bassa. Lo rincorsi senza pensarci. Tom gridò qualcosa di utile come «L’ombrellone!», mentre io gli correvo dietro sollevando spruzzi, afferravo il palo e tornavo indietro con il telo rovesciato intorno a me, come un enorme fiore venuto male.
Qualcuno spostò una borsa dalla traiettoria del telo gocciolante. Fu tutta lì la reazione del pubblico. I miei pantaloncini, intanto, avevano il peso e il fascino di un sacco di sabbia bagnato. Mi sfilai la maglietta, poi mi fermai con le dita infilate nella cintura dei pantaloncini. «Possiamo anche andarcene», propose Tom. Guardai il ripido sentiero che avremmo dovuto risalire. «Con questi addosso? Arriverei senza più un lembo di pelle.» Per togliermeli dovetti saltellare su un piede e tenermi in equilibrio con una mano sulla sua spalla. Liberata dall’ultimo pezzo di stoffa bagnata, rimasi immobile, sorpresa dalla brezza, poi scoppiai a ridere guardando i vestiti perfettamente asciutti che lui aveva addosso.
Ed eccoci al palo e all’attenzione incostante di mio marito. Questa volta interrammo bene la base, pressando la sabbia con i piedi. Quando alzai le braccia per sistemare il telo, Tom si avvicinò e lo tenne fermo. Eravamo l’uno di fronte all’altra sotto l’ombra inclinata, la sua mano accanto alla mia. «Meglio?» chiese. Mi ricordai che parlava dell’ombrellone. «Molto.» Sorrise come se avesse colto la mia esitazione. Abbassai le braccia senza coprirmi e mettemmo alla prova il nostro lavoro con una bella scrollata.
Mi sedetti sul telo, all’inizio tutta impettita, come se una buona postura potesse sostituire i vestiti. Tom mi passò la nostra bottiglia d’acqua. «Per la cronaca, non ti stavo suggerendo di rivestirti.» «Dalla tua faccia non si capiva bene.» «Ero sorpreso.» «Da tua moglie nuda?» Rise. «Dal fatto che avessi deciso di restare. Sembravi soddisfatta di te.» In effetti lo ero. Anche con la sabbia attaccata a un piede e i capelli che, asciugandosi, stavano prendendo una forma infelice, mi faceva piacere che se ne fosse accorto. Mi appoggiai all’indietro, lasciando che il sole scaldasse i punti che i vestiti bagnati mi avevano raffreddato.
Dopo pranzo proposi un altro bagno. Lui guardò i propri pantaloncini. «Hai dimostrato in modo piuttosto convincente che è meglio non entrare in acqua con questi addosso.» Lo lasciai alle sue riflessioni e mi avviai verso il mare, consapevole dei suoi occhi sulla mia schiena e senza più alcuna voglia di affrettarmi. Quando mi voltai, si stava spogliando con la solenne concentrazione di chi maneggia un’attrezzatura complicata. Lo aspettai nell’acqua bassa e gli porsi la mano. «Hai freddo?» gli chiesi, vedendolo esitare. «Forse sono un po’ agitato.» Gli strinsi le dita. «A quanto pare succede.» Entrammo in acqua insieme, ridendo quando ci raggiunse la prima onda.
Quando cominciammo a raccogliere le nostre cose, i miei vestiti erano asciutti. Tom prese i miei pantaloncini dalla stecca dell’ombrellone e me li porse. «Pronta?» Guardai l’acqua tranquilla. «Prima un ultimo bagno?» Lui li rimise al loro posto, poi si avvicinò e mi diede un bacio breve, senza l’espressione distratta di prima. «Controllo l’ombrellone», disse. «Bravo. Sappiamo cosa succede se devo andare a recuperarlo io.»
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